La legge federale americana (18 U.S.C. § 597), vieta chiaramente di offrire denaro in cambio del voto: dunque se la promessa di denaro è intesa come un pagamento volto a indurre qualcuno a votare o orientare la preferenza non può certamente considerarsi legale. Tuttavia, Donald Trump ha contestualizzato la sua proposta come promessa elettorale, da realizzarsi in seguito alla eventuale vittoria del suo partito e non come un incentivo economico al voto.
In sostanza i 5.000 dollari non sarebbero riservati a chi vota il Partito Repubblicano, bensì promessi alla cittadinanza in generale, in caso di vittoria. Si tratta di una sottigliezza che consentirebbe l’applicazione del precedente con cui la Corte Suprema USA ha distinto la compravendita del voto (sempre illegale) dai programmi elettorali che prevedono benefici economici derivanti da scelte politiche determinate e ricadono nella sfera del Primo Emendamento, che tutela la libertà di espressione.
La proposta di Trump potrebbe insomma essere giuridicamente assimilata a una non inedita promessa di riduzione delle tasse e dunque essere considerata lecita, ma ciò non toglie che si tratti di una prospettiva tendenziosa e costituzionalmente inopportuna, oltreché oltremodo difficile da realizzare. Si tratta infatti di un piano che non può essere portato avanti in modo autonomo dal Presidente, ma richiederebbe l’appoggio del Congresso, titolare del potere della borsa, che dovrebbe dare il consenso a stanziare una cifra enorme, pari a circa 1300 miliardi di dollari.
In sintesi, se il messaggio è «se vince il mio partito, riceverete 5.000 dollari» l’intento programmatico corrisponde alla logica clientelare dello scambio tra consenso elettorale e beneficio economico e risulta dunque sostanzialmente incompatibile con lo spirito democratico.
Carla Bassu
* articolo pubblicato su “OGGI” il 26 settembre 2026
